Ed eccomi qua, di nuovo.

In partenza, di nuovo.

Una volta si usava dire “zaino in spalla”, ora trascino una valigia da 20 Kg e nella tracolla sembra che ci sia un carretto siciliano. In più avverto un certo senso di nausea da ansietà che non è per nulla piacevole, per quanto sia una sensazione ormai familiare.

Non perché io sia una persona ansiosa, tutt’altro, ma perché ogni volta che sto per lasciare Trapani sento come se nel mio stomaco si fosse formato un buco nero che risucchia tutto.

Ma insomma, questo è. E questo – per il momento – devo accettare.

Controllo il biglietto spesso, nella vana speranza che quella odiosa scritta su sfondo blu “Ryanair” si trasformi per incantesimo in un più rassicurante “Alitalia”, sul classico sfondo verde. Ma niente: classica smorfia di disprezzo.

Lato finestrino, per fortuna posso appoggiare la testa e non correre il rischio che le hostess mi fracassino il ginocchio a colpi di carrello di bevande-profumi-panini e spazzatura.

Penso a Trapani: il mio posto, la città per la quale mi sto formando, facendo sacrifici e chiedendone altrettanti alla mia famiglia.

Dannata Trapani, non riesce a trattenere a sé i suoi figli, come una mamma distratta, alla quale sottraggono gli affetti, ma reagisce solo piagnucolando, senza scatti d’orgoglio.

Penso alla gioia spettacolare che mi ha pervaso durante le prime uscite a Trapani, dopo il ritorno dei fuori sede per le vacanze di Natale: uno sciame di ragazzi felici di incontrare amici che non vedevano da tempo, strade affollate e vivaci, locali aperti e chiassosi, coppie – lui più grande, all’università; lei più piccolina, ancora liceale – che si riabbracciano, gruppi che parlano di politica, altri che parlano di calcio, altri ancora del più e del meno, chi conversa di amori, chi aggiorna gli altri sulle ultime novità, chi si vanta delle ultime conquiste, chi mangia, chi beve, chi canta, chi fischietta.

Siamo tutti a Trapani, tutti insieme e sembriamo un esercito. Abbiamo competenze, impegno, carisma, coraggio. Abbiamo tutto, ma a parte pochi momenti “vacanzieri” siamo sparpagliati per l’Italia.

Penso al fatto che sono riuscito a trattenermi giù un po’ più a lungo del normale, quest’anno. E che negli ultimi giorni non era rimasto più nulla di quell’allegria frizzantina, di quella vivacità coinvolgente, di quel movimento lento ed incessante che avevo visto e amato qualche giorno prima: qualche compagnia sparuta, già depressa per il nuovo periodo di solitudine che l’attende, pochi locali aperti, stradine che sembrano enormi per quanto sono desolate. Silenzio.

Penso che non sopporto vedere la mia città così, perché non sopporto chi vale 1000 ma si comporta da 10, per sufficienza, lassismo, ignoranza, rassegnazione, omologazione, infamia, corruzione, menefreghismo, inedia, ozio, noia, imperizia, approssimazione, omertà.

Non so ancora per quanti anni dovrò tenermi il mio senso di nausea ad ogni partenza, non so quante altre volte dovrò accontentarmi di assaporare Trapani come fosse un bocconcino, non so quanti altri eserciti si riuniranno per poi sparpagliarsi dopo pochi giorni, non so cosa farò nella mia vita.

Nel frattempo arrivo alla conclusione che forse fanno più male questi pensieri che il carrello Ryanair che ti distrugge il ginocchio mentre sonnecchi.

Partenza, si vola.

Ciao Trapani, ritornerò.

Per sempre.

Ignazio Corte

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